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Il Bakufu dei Minamoto

Hojo Masako

Minamoto Yoritomo scelse come sede Kamakura, stabilendovi il bakufu, o “governo della tenda”. Non tentò di infiltrarsi a corte ma attese di  consolidare il proprio potere. Ottenne diverse cariche, tra cui quelle dei sōtsuibushi (capo della polizia militare), sōshugo (capo dei governatori militari) e sōjitō (capo degli intendenti terrieri militari). Nel 1192 ottenne la carica di shōgun (generalissimo), abbreviazione di sei i tai shōgun (gran generale che sottomette i barbari). Iniziano così le dinastie degli shōgun: il potere si sposta dalle mani dei Fujiwara a quelle degli shōgun; l’autorità effettiva, il governo del paese, viene separata da quella imperiale, anche se si intenderà sempre che lo shōgun governa per delega imperiale.

La possibilità per gli imperatori di esercitare il potere effettivo, attraverso la pratica dell’insei, o ritiro dell’imperatore, scompare con l’istituzione della shogunato.

Si verificò una spartizione dei poteri tra il bakufu e la corte, la cui importanza andava sempre più riducendosi poiché non disponeva di alcun potere militare. Il bakufu istituì i propri organi di governo nelle province, che progressivamente esautorarono quelli imperiali, anche se il dualismo resistette a lungo.

L’intenzione di Yoritomo di fondare un governo militare fu chiara dal principio, poiché non cercò di infiltrarsi a corte, ma si tenne lontano da quell’ambiente che giudicava corrotto ed effeminato.

Nella sua base nel Kantō riuscì ad operare un cambiamento rivoluzionario nella struttura di governo, fondando un’autocrazia militare in opposizione a quella imperiale, che in seguito si sarebbe dovuta accontentare del semplice ruolo di dispensatrice di cariche.

I tre ministeri principali erano il Samurai-dokoro (ufficio degli affari militari), il Monchujō (ufficio investigativo), e il Mandōkoro (ufficio dei documenti pubblici), i tre presidenti di questi ministeri, con sede a Kamakura, formava la commissione consultiva che discueva i problemi civili e militari alla presenza dello shōgun.

Yoritomo chiamò al suo servizio abili amministratori, provenienti dal governo della capitale e dall’emergente classe dei samurai.

Il legame di fedeltà tra shōgun e vassallo divenne il vero fondamento della società feudale.

Alla morte di Yoritomo, che si era liberato del fratello Yoshitsune e del cugino Yoshiaka, vedendoli come rivali, scoppiò una lotta per la successione, che si risolse a favore di Hōjō Masako, vedova di Yoritomo, con l’assassinio di Sunetomo, figlio di Yoritomo, si estingueva il ramo dei Minamoto e dal quel momento gli Hōjō restarono i dominatori del Giappone per circa cento anni.

La reggenza Hōjō

Ritratto dell'imperatore Go Toba, Fujiwara no Nubuzane, 1221

Durante la reggenza Hōjō si verificò il tentativo di rivolta da parte della nobiltà (disordini Shōkyū, 1221) capeggiata dall’imperatore in ritiro Go Toba,  ma il governo riuscì a sedare i tumulti.

Fu promulgato uno dei primi codici dell’epoca feudale: il Jōei Shikimoku. Non aveva carattere di codice penale, ma era strutturato come una raccolta di casi giudiziari e sentenze emesse da bakufu. Date le mutate condizioni generali nell’organizzazione del governo centrale e delle province, il vecchio codice Taihō del 701 non risultava più attuale, quindi gli Hōjō sentirono la necessità di far redigere un nuovo corpo di leggi.

Nel 1225 un consiglio di Stato (Hyōjōshū) formalizzava la posizione dello shikken (reggente per lo shōgun) al vertice del potere esecutivo.

Lo shikken Hōjō Yasutoki riuscì a sviluppare un energico ed empirico sistema amministrativo nelle province, aumentò la stima e la fiducia dei vassalli e dei samurai nei confronti della famiglia Hōjō; si adoperò a migliorare le condizioni generali delle istituzioni senza muovere l’ago della bilancia a favore di nobili, civili o militari.

Il nuovo codice sanciva l’affermazione al potere dei feudatari e la diminuzione di quello imperiale (ad esempio, le terre non erano più proprietà imperiale ma dei feudatari; si stabiliva che nessuno potesse richiedere cariche all’imperatore senza il preventivo assenso dello shōgun).

La minaccia mongola

Il Giappone era stato in rapporto con altri paesi dell’Asia, ma in un rapporto strettamente economico e culturale. Il paese non era mai entrato a far parte dei grandi sviluppi della politica eurasiatica. Uno di questo sviluppi arrivò a coinvolgere direttamente il Giappone, l’espansione del popolo mongolo.

La prima spedizione contro il Giappone si ebbe nel 1274. Una flotta di novecento navi partì dalle coste coreane, occupò Tsushima e da qui attaccò l’isola di Kyushū. La resistenza giapponese sarebbe stata sopraffatta se un tifone non avesse disperso le navi mongole, costringendo gli avversari alla ritirata.

Una seconda spedizione fu organizzata nel 1281. I mongoli si avvalsero della collaborazione nautica e militare della Cina, che era stata conquistata. Anche questa volta un ruolo decisivo lo ebbe un tifone, che disperse l’esercito mongolo dopo cinquanta giorni di lotta.

Di fronte all’invasione da parte dello straniero i giapponesi, per secoli divisi in fazioni, ritrovarono lo spirito di solidarietà nazionale. Da questi episodi nacque anche il mito del “kamikaze” (“il vento divino”) e la credenza che il Giappone godesse della protezione divina.

La mancata invasione portò comunque conseguenze rilevanti. Le operazioni militari esaurirono le riserve finanziare del bakufu, pressato da coloro che pretendevano una ricompensa per l’apporto prestato durante la guerra (compresi i vari santuari e templi, che si conferivano il merito di aver ottenuto l’intervento divino, dando un contributo fondamentale alla buona riuscita del conflitto).

In passato c’era sempre stata una fazione vincente ed una sconfitta, così che i vincitori avevano sempre potuto giovarsi di un bottino in seguito alla vittoria. Questa volta invece, il nemico sconfitto non c’era più e non restava alcun bottino da dividere.

Nel 1294 il bakufu dichiarò di non essere disposto a concedere più nessuna ricompensa. Il malcontento iniziò a diffondersi ovunque e la fine del governo degli shikken era vicina.

Il samurai Takezaki Suenaga che fronteggia frecce e bombe mongole. Da Moko Shurai Ekotoba, XIII secolo

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Le prime forme di organizzazione statale in territorio cinese sarebbero verosimilmente comparse  tra la fine del III e gli inizi del II millennio a.C., nel contesto delle culture Longshan. E’ il periodo in cui la tradizione scritta colloca la prima delle “tre dinastie ereditarie” Sandai: Xia, Shang e Zhou, che si sarebbero succedute al governo della Cina nell’arco di circa due millenni, dal XXII al III secolo a.C.

Sima Qian, detail, ink and colour on silk; in the National Palace Museum, Taipei.

E’ opportuno ricordare che quando si parla di “tradizione scritta” ci si riferisce a un complesso di testi, di carattere storico, filosofico, letterario ecc,  che, nella loro attuale redazione risalgono per lo più al periodo degli Stati Combattenti (453-222 a.C. ) e alla dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.)

In generale, il complesso delle notizie tramandate dalla tradizione sui periodi più remoti della storia cinese sono frutto di un’opera di selezione e di filtraggio; anche se esistono –ad esempio- tutta una serie di dati relativi alla dinastia Shang trasmessici dal più grande storico di epoca Han, Sima Qian (c.a. 145-90 d.C.), nel suo monumentale Shiji (Memorie di uno storico), che sono stati sostanzialmente confermati dalla ricerca archeologica.

Non fu solo l’intervento della  la scuola confuciana nel periodo degli Stati Combattenti, caratterizzato dalla tendenza ad integrare i documenti più antichi in un complesso organico e coerente con le esigenze dottrinali della scuola, ad operare nei confronti di tali documenti una sostanziale revisione storica; ma un altro apporto determinante al processo di “rilettura” del passato si ebbe anche dai teorici dell’Impero Han, per i quali il richiamo alla “tradizione” costituiva il criterio fondamentale di legittimazione del nuovo assetto politico e sociale. E’ proprio in questo periodo che le teorie della “successione dinastica” e del “mandato celeste” ebbero una formulazione definitiva nell’ambito di una più generale concezione etica e cosmologica che spiegava e giustificava l’esistenza di un Impero universale.

Il problema che si pone di fronte allo storico è quello di raccogliere e dare un’organizzazione coerente dei dati, all’interno della tradizione scritta, passati indenni attraverso l’opera di filtraggio di cui si è detto, sulla base delle ipotesi confortate dai ritrovamenti archeologici.

Già a partire dal tardo periodo Shang (XIII – XI secolo a.C.) si riscontra l’esistenza di numerosi documenti epigrafici coevi.

Il problema della rielaborazione storiografica è particolarmente evidente rispetto ai dati concernenti le origini dell’Impero cinese. È il caso ad esempio dello Shujing (Classico dei documenti), raccolta di testi storici la cui selezione è attribuita secondo la tradizione a Confucio, in cui vengono posti agli inizi della storia, prima delle Tre Dinastie, i due saggi sovrani Yao e Shun. Sima Qian, nel suo Shiji, elenca complessivamente cinque sovrani predinastici, i cinque di (con riferimento ai cinque elementi e alle concezioni cosmologiche di epoca Han): Huangdi, Zhuanxu, Ku, Yao e Shun; a cui si aggiungono altri tre sovrani predinastici, i tre huang: Fuxi, Nüwa e Shennong, secondo alcune fonti; Tianhuang, Dihuang e Taihuang secondo Sima Qian.

Fuxi e Nuwa

Nonostante numerose varianti nella loro composizione interna, le due serie dei cinque di e dei tre huang sarebbero rimaste sempre collegate, nella   storiografia cinese tradizionale, con un’antica “età dell’oro”, in cui sarebbe stato fissato il modello di governo ideale, e in cui sarebbero state realizzate le “scoperte” e le “invenzioni” fondamentali della civiltà umana.

Rispetto al periodo delle Tre Dinastie il problema si fa più complesso. La storicità della dinastia Shang è stata da tempo confermata dagli scavi archeologici, e vi sono oggi motivi fondati per attribuire caratteri storici alla dinastia Xia. Se per i sovrani predi nastici e in generale per l’epoca delle origini la ricostruzione del passato operata dalla tradizione scritta era consistita essenzialmente nella rielaborazione di materiale mitologico, per le Tre Dinastie si ha invece una sistematizzazione basata sulla selezione di materiale propriamente storico nell’ambito però di una visione etica e filosofica, che identificava la civiltà cinese con un “polo” di autorità legittima circondata dalla barbarie.

È probabile invece che la nascita dello Stato in Cina abbia presentato un carattere “multipolare”, e che nell’ambito di tale processo, le Tre Dinastie si siano poste come principali momenti di aggregazione; in cui si configuravano delle fasi alternanti di conflitto e di supremazia di una di esse sulle altre. Dati storici e materiale mitologico sembrerebbero confermare questa ipotesi: nello Shiji e in iscrizioni oracolari coeve compaiono nomi di sovrani appartenenti alle diversi rami dinastici (o che comunque sembrano avere a che fare con un determinato centro di potere), parallelamente ad altre (è il caso del rapporto tra i centri di potere Zhou e Shang).

La prima data certa della storia cinese, registrata nello Shiji di Sima Qian, è l’ 841 a.C., anno di inizio del periodo Gonghe della dinastia Zhou.

Iscrizioni oracolari su gusci di tartaruga, epoca Shang

Sono due le cronologie tradizionali più importanti. La prima è la cronologia lunga – detta anche “ortodossa” – che pone la conquista della capitale Shang da parte dei Zhou nel 1122 a.C.; la seconda è la cronologia breve, che fa risalire l’evento al 1027 a.C. la cronologia lunga si fonda su calcoli astronomici, probabilmente erronei, effettuati dal filosofo e letterato Liu Xin (c.a. 32 a.C. – 23 d.C.). La cronologia breve deriva dai Zhushu jinian (Annali su bambù), una cronaca del V-IV secolo a.C. rinvenuta in una tomba nel 281  d.C.; del testo originario di quest’opera, tuttavia, non sono rimasti che dei frammenti, e non si è del tutto certi dell’autenticità del passo su cui si basa la cronologia. È comunque possibile ricavare dai due sistemi cronologici le seguenti datazioni per le Tre Dinastie (le date tra parentesi sono quelle della cronologia breve):

Dinastia Xia : 2205 – 1751 (1194 -1523) a.C.

Dinastia Shang: 1751 – 1122 (1523 – 1027) a.C.

Dinastia Zhou: 1122 – 222 (1027 – 222) a.C.

[Testo di riferimento: M.Sabattini, P. Santangelo – Storia della Cina, ed. Laterza 2004]

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l’ascesa dei Fujiwara

Durante il periodo Heian vi fu a corte il predominio della famiglia Fujiwara, la quale aveva avuto un ruolo importante fin da quando Nakatomi no Kamatari (poi Fujiwara) aveva collaborato alla realizzazione della riforma Taika.

Taira no Masakado

L’influenza della famiglia andò aumentando grazie ad una accorta politica matrimoniale; a poco a poco infatti gli imperatori furono portati ad unirsi solo con donne della famiglia Fujiwara. Gli imperatori venivano costretti all’abdicazione e al ritiro, la reggenza veniva così delegata ad un KANPAKU (reggente al posto dell’imperatore adulto).

Fujiwara Fuhito, figlio di Nakatomi no Kamatari, fu nominato Udaijin nel 708; due sue figlie sposarono l’imperatore Mommu e l’imperatore Shōmu. I matrimoni con la famiglia imperiale portarono a stringere sempre di più i legami tra le due famiglie.

Dai quattro figli maschi di Fujiwara Fuhito si svilupparono i quattro rami familiari Fujiwara:

–          Fujiwara Muchimaro — ramo meridionale (NANKE)

–          Fujiwara Fusasaki – ramo settentrionale (HOKUKE)

–          Fujiwara Umakai – terzo ramo (SHIKIKE)

–          Fujiwara Maro – quarto ramo (KYŌKE)

La riduzione della figura dell’imperatore a figura senza alcun peso politico avvenne nel corso del IX secolo, con l’istituzione delle cariche di KANPAKU e di SESSHŌ (reggente al posto dell’imperatore bambino).

Durante il X e l’ XI secolo, il potere effettivo risiedeva nelle mani dei Fujiwara tramite gli organi privati del clan:

–          Ufficio amministrativo (MANDŌKORO)

–          Ufficio degli affari militari (SAMURAI DŌKORO)

–          Consiglio della famiglia (HYŌJŌSHŪ)

–          Corte d’appello (MONCHUJŌ)

Il perno del sistema economico era costituito dallo shōen.

I rapporti sociali erano regolati dal concetto di shiki (“funzione”), che definiva i diritti, i doveri e i redditi dei proprietari, degli amministratori e dei coltivatori. Gradualmente anche la shiki divenne alienabile, ereditabile e modificabile; il contadino finì progressivamente per ritrivarsi non più sotto l’impersonale burocrazia Taihō, ma doveva confrontarsi con i proprietari o, più comunemente, con gli amministratori delle terre.

Il coltivatore iniziava così a spostare la propria fedeltà verso il singolo proprietario, sentendo il potere centrale sempre più lontano e debole.

Durante i secoli X e XI si era verificata un’evoluzione che aveva portato a dei mutamenti radicali nella struttura sociale e nell’esercizio del potere, manomettendo quelle basi di origine divina dell’autorità che Shōtoku taishi nel suo “Editto in 17 articoli” aveva posto a fondamento della sua opera legislatrice e che erano state il manifesto della riforma Taika.

L’egemonia dei Taira e l’avvento dei Minamoto

Il crollo dell’ordine esistente si verificò quando gli interessi dei BUSHI, organizzati in bande, cominciarono ad entrare in conflitto con quelli della corte.In seguito, altre famiglie si sostituirono ai Fujiwara nell’esercizio del potere.

I clan che riuscirono ad elevarsi maggiormente furono quelli dei MINAMOTO (GENJI) e dei TAIRA (HEIKE). Entrambi facevano risalire le proprie origini a membri della famiglia imperiale.

Nel 939 – 940 TAIRA MASAKADO si mise alla testa di gruppi di ribelli, e dopo aver conquistato otto province del Kantō si autoproclamò imperatore. Fu ucciso da FUJIWARA HIDESATO e TAIRA SADAMORI, inviati dalla corte per ristabilire l’ordine.

Minamoto no Yoritomo

Un episodio analogo si verificò lungo le coste del Mare Interno, dove FUJIWARA SUMITOMO, inviato a reprimere l’attività piratesca e i focolai di rivolta, divenne egli stesso un bandito. Anche questa volta il governo si rivolse all’aristocrazia locale, a MINAMOTO TSUNETOMO.

Verso la fine dell’XI secolo, i due clan maggiori avevano assunto una posizione stabile, i Taira nel Mare Interno, i Minamoto nel Kantō.

Nel XII secolo vi fu un conflitto di interessi tra l’imperatore emerito Sūtoku e l’imperatore regnante GO SHIRAKAWA.

Le grandi famiglie del regno, Fujiwara, Taira e Minamoto, si divisero per dare appoggio all’uno o all’altro pretendente al trono. La guerra civile HŌGEN (1156) vide il sopravvento del partito di Go Shirakawa e la vittoria di TAIRA KIYOMORI.

Fu l’inizio della fase di supremazia della famiglia Taira, conosciuta come PERIODO ROKUHARA (1180 – 1185).

L’egemonia dei Taira si realizzò grazie ad un’abile serie di alleanze e matrimoni che riuscì a portare infine sul trono un nipote di Taira Kiyomori, ANTOKU (r. 1181 – 1183).

Come i Fujiwara, anche Taira Kiyomori cercò di legittimare il proprio potere facendosi assegnare le cariche di governo più alte.

Il palazzo di Rokuhara (il quartier generale di Kiyomori) sostituì, a livello politico, il Mandōkoro dei Fujiwara e divenne il centro del potere esecutivo.

La supremazia dei Taira ebbe fine quando MINAMOTO YORITOMO, superstite della disfatta del 1160, riuscì a riunire in una coalizione tutti gli elementi ostili ai Taira.

Tra i Taira e i Minamoto scoppiò una nuova guerra che terminò con la vittoria definitiva di Minamoto Yoritomo, nella battaglia decisiva di DAN NO URA (25 Aprile 1185).

La battaglia navale di Dan no Ura in un dipinto del XII secolo

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Una serie di siti scavati di recente fanno risalire le prime fasi del Neolitico cinese a circa 8.000 anni fa, anche se è probabile che si possa risalire a fasi ancora più antiche, in quanto sembra che a quell’epoca l’agricoltura avesse già assunto un rilevante peso economico.

Le comunità umane iniziano, in questa fase definita “la rivoluzione Neolitica”, a procurarsi delle fonti stabili di alimentazione mediante la coltura delle piante e l’addomesticamento degli animali; si sviluppano tecniche di lavorazione della pietra più avanzate (alla cui base c’è la tecnica della levigazione) e sorsero nuove tecnologie, come la ceramica e la tessitura. Le comunità umane, che già all’inizio di questa fase evolutiva conoscevano già un certo grado di ordinamento sociale, conobbero una rapida espansione, dando origine a sistemi sempre più complessi di organizzazione e aggregazione.

 Nel corso inferiore dello Yangzijiang è stato scoperto un sito, quello di Hemudu (provincia del Zhejiang), che ha permesso di acquisire dati importanti riguardo allo sviluppo dell’agricoltura in questa regione. Sono stati individuati quattro strati riconducibili, in base alle datazioni al radiocarbonio, alla fine del VI e all’inizio del V millennio a.C.. Dai ritrovamenti risulta che il riso fosse già coltivato nella valle dello Yangzi. Sono stati rinvenuti anche altre specie vegetali, che indicano una dieta abbastanza variata, e l’allevamento è attestato dal ritrovamento di resti di diverse specie animali addomesticate.

A partire dal V millennio, il quadro generale del Neolitico in Cina appare contrassegnato dalla presenza di tre culture principali: Yangshao, Dawenkou e Qingliangang.  La cultura Yangshao prende il nome da un villaggio dello Henan in cui negli anni 1920-21, furono individuati per la prima volta i resti di una civiltà neolitica, caratterizzata da una fine ceramica dipinta. In seguito ai numerosissimi ritrovamenti, si è ipotizzato che quello di Yangshao non sarebbe che la manifestazione più tarda di un unico complesso culturale. L’area di diffusione della cultura Yangshao si estende a ovest fino al corso superiore del fiume Wei, nell’attuale Gansu, ad est fino ai confini occidentali dello Shangdong, a nord fino alla regione dell’Ordos, a sud fino al corso superiore del fiume e medio del fiume Han (Shaanxi meridionale). I limiti cronologici vanno, secondo la datazione al radiocarbonio, dal V al III millennio a.C. , ma vi sono siti che presentano anche datazioni più tarde, fino al II millennio a.C. 

Le comunità Yangshao integravano l’attività agricola con la caccia, la pesca e l’allevamento; sicuramente erano conosciute le tecniche della filatura e della tessitura. La ceramica presenta una grande varietà tipologica, i tipi più caratteristici sono però il bacile-pen, con decorazioni dipinte in nero su fondo rosso, e la bottiglia-ping, con decorazione impressa “a cordicella”.

Tra i numerosi siti di Yangshao il più significativo è certamente quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Si ritiene che le comunità di Banpo –come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita doveva essere probabilmente regolata da una complessa ritualità.

Le tombe e i relativi corredi, insieme alla dimensione delle abitazioni, non presentano infatti sostanziali differenze quanto a contenuto e dimensione; la ritualità appare d’altro canto attestata, oltre che dalla composizione dei singoli corredi, anche dai motivi decorativi di alcune ceramiche ( come la maschera circolare con quattro pesci, immagine che suggerirebbe l’esistenza di riti sciamanici, e alcuni marchi incisi su terracotta, che sembrano richiamare alcuni caratteri della scrittura Shang). 

La cultura Dawenkou prende il nome dall’omonimo sito situato nella provincia dello Shangdong; è diffusa, oltre che nello stesso Shangdong, nel Jiangsu settentrionale e nello Henan orientale.

Appare caratterizzata da una ceramica grigia, marrone, bianca o nera, con numerose varietà tipologiche. Il grande divario esistente tra le sepolture di questa cultura, sia per quanto concerne le dimensioni che la ricchezza dei corredi, sta a indicare che già esistevano all’interno delle comunità forti differenziazioni sociali.

 La cultura Qingliangang presenta molte somiglianze con la cultura Dawenkou; è presente nella valle del basso Yangzi e la coltivazione del riso costituisce la sua principale attività produttiva.

E’ possibile che questa cultura derivi da quella Dawenkou, prendendo dalla cultura di Hemudu la risicoltura; ma è anche probabile che essa abbia costituito uno sviluppo della cultura di Hemudu, e che abbia successivamente subito l’influenza della cultura Dawenkou.

Accanto alle culture neolitiche già citate, si andarono sviluppando nel corso del IV millennio a.C. sul territorio cinese altre culture, le quali da un lato appaiono come risultato di un processo di caratterizzazione regionale fondato su specifici sistemi di risorse, dall’altro presentano tutta una serie di caratteristiche comuni, evidenziati dalla tipologia della ceramica. Tale situazione sembrerebbe avvalorare l’ipotesi dell’esistenza di una sfera di interazione culturale, comprendente tutta la Cina centro-settentrionale. Proprio nell’ambito di tale interazione si sarebbero create le condizioni di sviluppo della Cina storica, con le sue differenziazioni regionali concatenate in un unico continuum culturale.

Nel III millennio a.C. si svilupparono nel bacino del Fiume Giallo le culture Longshan dello Shaanxi, dello Henan (sviluppatesi dall’evoluzione della cultura Yangshao) e dello Shangdong (sviluppatasi dalla cultura Dawenkou). Il termine “Longshan” deriva dal nome della località situata nella provincia dello Shangdong, presso la quale furono rinvenuti i resti di una cultura caratterizzata da una fine ceramica nera.

Nonostante una serie di evidenti caratteristiche regionali, connesse con le diverse condizioni ambientali, sussistono tuttavia una serie di aspetti comuni, che costituiscono un’ulteriore testimonianza di quel processo di interazione culturale cui si è fatto cenno.

Nell’ambito della cultura Longshan si evidenziano consistenti progressi nella lavorazione della ceramica: accanto a terrecotte grigie, probabilmente di uso comune, compare infatti un vasellame nero ad impasto fine, caratterizzato da una grande eleganza e lucentezza. Un’altra evoluzione significativa riguarda la stratificazione sociale, ormai profondamente consolidata. Tra il progresso della ceramica e l’approfondimento delle differenziazione sociali esiste probabilmente una stretta connessione: il vasellame in ceramica nera era destinato certamente all’èlite, che quasi certamente lo utilizzava a fini rituali. Il ritrovamento di numerose scapole di animali – utilizzate a scopo divinatorio – indica senza dubbio la comparsa di un sistema ideologico relativamente complesso, collegato con un’èlite politico-religiosa.

Altro elemento caratterizzante le culture Longshan sono i villaggi circondati da mura in terra battuta; il fatto che esistesse questa forma di difesa indica che la violenza istituzionalizzata costituiva ormai un fenomeno comune nell’ambito delle diverse comunità. Ciò implica a sua volta l’esistenza di un potere militare, accanto al potere politico-religioso.

Se si considera poi che con le culture Longshan fa la sua comparsa la metallurgia, appare evidente che ormai stavano maturando le condizioni per la formazione delle prime organizzazioni statali.

[Testo di riferimento: M. Sabattini/ P. Santangelo, Storia della Cina, ed. Laterza 2004]

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Secondo il Nihon shoki, nel 552 il buddismo venne introdotto in Giappone dal Paekche (secondo studi recenti già tra il 538 e il 552).
Ciò ebbe subito ripercussioni politiche e religiose, le famiglie d’elite di Yamato si sentirono minacciate nella loro posizione, essendo la loro autorità fondata sui kami locali; poiché il Buddha era ritenuto superiore a tutte le divinità. Si crearono fazioni opposte, la famiglia SOGA, fautrice della nuova religione, e una coalizione conservatrice di famiglie a capo delle quali erano i MONONOBE e i NAKATOMI, sacerdoti ereditari addetti ai riti shintō.
Nel 587 vi fu la sconfitta definitiva di MONONOBE NO MORIYA, capo degli antibuddisti, da parte di SOGA NO UMAKO, il quale fece costruire il grande tempio HŌKŌJI ad Asukadera, quale tempio privato della famiglia Soga, ma anche come simbolo del buddismo in Giappone. La vittoria del 587 rese i Soga onnipotenti a Yamato e in grado di controllare la vita del paese. 

Il principe reggente Shotoku Taishi

Il potere politico si legò così al buddismo; dalla corte imperiale venne considerato instrumentum regni, divenendo presto religione di stato, ne venne utilizzata la spinta missionaria per affermare la supremazia del Giappone su tutta l’Asia orientale.

Il principale fautore dell’accettazione e introduzione del buddismo in Giappone fu il principe reggente Shōtoku Taishi, che governò a fianco dell’imperatrice Suiko [secondo il modello Imperatore – potere spirituale, funzioni religiose / Reggente – potere politico, funzioni di governo].
Shotoku combattè a fianco dei Soga per l’accettazione del buddismo; egli trasformò il buddismo da religione magica e popolare in religione di stato, con l’intento di utilizzarne il fondamento spirituale per la costruzione di uno stato unitario.
Nel 604 promulgò la COSTITUZIONE IN 17 ARTICOLI, che stabiliva le basi di un regime ispirato a quello della Cina, con il quale si ponevano le premesse per dare al Giappone delle vere strutture statali. La Costituzione consisteva in una serie di norme morali per i funzionari dello stato e per il popolo.
Shotoku iniziò anche la separazione tra le funzioni amministrative e quelle religiose, con l’intento di imporsi sui vari clan e sui bushi, i guerrieri delle province.

 

riforma Taika (“grande cambiamento”)

La costituzione di Shotoku preparò il campo alla cosiddetta riforma Taika, che fu portata avanti da un gruppo di consiglieri imperiali tra cui il principe NAKANO NO ŌE (poi imperatore Tenchi) e NAKATOMI NO KAMATARI. Questi, tra il 644 e il 645, furono in grado di liberarsi dei Soga, i cui capi erano sul punto di usurpare il trono imperiale. Nakatomi no Kamatari avrebbe poi ricevuto da Tenchi il cognome di FUJIWARA (“piana del glicine”, dal luogo in cui erano stati preparati i piani per sconfiggere i Soga).
La riforma effettiva ebbe inizio con l’avvento al trono di Tenchi (644) e fu continuata da suo fratello TEMMU (r. 672 – 686).

 

 

Riforma agraria 

La Cina offriva un esempio di riforma agraria e fiscale, con il sistema denominato KOUFENTIAN, cioè della divisione delle terre per bocche. In Giappone il sistema venne applicato con alcune varianti. A ogni contadino veniva assegnato un appezzamento di terreno pari a circa due ettari e mezzo se maschio e uno e mezzo se femmina. Questo rendeva necessario un censimento di terre e popolazione, anche per determinare il tipo di tassazione.

  

Divisione del territorio

– KUNI (province) – KAMI (governatore)

– KORI (distretti) – TAIRYŌ (magistrato senior)

– SHORYŌ (magistrato junior)

– SATO (villaggi) – RICHŌ(sindaco)

 – BE (famiglie) –> unità minima

 

Amministrazione centrale

TENNŌ

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 JINGIKAN (amministrazione delle pratiche shintō )

DAIJOKAN (consiglieri di stato) –> sadaijin e udaijin

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SADAIJIN (ministro della Sinistra – affari centrali, cerimoniale, affari civili, affari del popolo)

UDAIJIN (ministro della Destra – affari militari, giustizia, tesoro, ministro della casa imperiale)

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 [NB: Si trovano sullo stesso piano amministrazione dello Stato e amministrazione delle pratiche religiose (Tennō come intermediario tra divino e terreno) ]

 

Codificazione delle leggi
Le riforme e la centralizzazione dello stato rendevano necessarie anche delle leggi scritte.
I primi due codici, lo Ōmi Ryō (668) e lo Asuka no Ristu Ryō (689), redatti dall’imperatore Temmu, servirono da base per la compilazione del TAIHŌ RITSU RYŌ (dagli anni del regno dell’imperatore Mommu, epoca Taihō, 697 – 707).
Questo codice era costituito da sei libri di RITSU (leggi penali) e undici di RYŌ (leggi amministrative). Fu approvato nel 701 e costituirà la base dell’ordinamento giuridico del Giappone fino al rinnovamento Meiji (1868).
Struttura gerarchica (derivata dalla legislazione cinese) del codice Taihō:

– Tennō
– Nobili
– Sudditi liberi
– Sudditi non liberi

 

 Epoca Nara – la fondazione di capitali stabili

Nel 710 venne fondata la prima capitale stabile, a Nara. Prima di allora vigeva l’usanza di trasferire la sede dell’imperatore – alla sua morte- da una località all’altra. Nella concezione shintō, il luogo in cui era morto l’imperatore veniva considerato impuro; il luogo di residenza dell’imperatore successivo veniva dunque – per motivi rituali legati alla “purezza” – trasferito in altra sede. La diffusione del buddismo consentiva di superare il tabù shintō, poiché la morte non era considerata una impurità, ma l’inizio di una nuova esistenza.
Nara fu capitale fino al 784 e ospitò sette imperatori. Nei suoi dintorni sorsero circa cinquanta templi e col tempo le comunità monastiche assunsero sempre maggiore potere, iniziando ad intromettersi negli affari di stato, al punto che l’autorità imperiale ne fu minacciata.
Perciò l’imperatore Kanmu (r. 781 – 806) trasferì la capitale a Nagaoka, dove le comunicazioni per acqua e per terra erano migliori che nella zona di Nara; emanò inoltre un editto per limitare le entrate negli ordini monastici e le donazioni di terre agli istituti religiosi, così da diminuirne l’influenza.

Fujiwara Tanegutsu fu incaricato della costruzione della nuova capitale. Il principe Sawara e le altre famiglie nobili volevano bloccare l’ascesa al potere della famiglia Fujiwara. Tanegutsu fu assassinato nel 785 e i Fujiwara ne approfittarono per punire il principe e le famiglie rivali, esiliandoli. Poco dopo sia il clan Fujiwara che la famiglia imperiale furono colpiti da disgrazie e malattie di vario tipo.
Dato che la capitale non poteva essere avvolta da questi auspici negativi, vi fu un secondo trasferimento e nel 795 fu inaugurata Heian – Kyō, che rimase capitale fino al 1868.

 

 

 

 La nascita del feudalesimo

Nell’epoca Heian ebbe inizio la pratica di concedere esenzioni fiscali ad appezzamenti di terra. Queste terre erano chiamate SHŌEN. I privilegi dello shōen, inizialmente limitati all’esenzione delle tasse, si estesero a tutte le sfere della giurisdizione, cosicché il RYŌSHU, il signore dello shōen, giunse ad avere piena autorità sia amministrativa che giudiziaria all’interno del suo dominio.
Gli shōen acquisivano così sempre maggiore autonomia rispetto all’autorità dello Stato.
Il proprietario dello shōen assumeva due denominazioni: come proprietario (RYŌSHU) assegnava appezzamenti a famiglie di coltivatori ottenendo in cambio una parte del raccolto e servizi di carattere personale. Come amministratore (HONJŌ) esercitava il suo potere tramite una rete di dipendenti. Le cariche che contraddistinguevano questi dipendenti divennero ereditarie e contribuirono a far emergere una classe intermedia tra proprietari e contadini. Dalle esenzioni degli shōen nacque il sistema dei feudi, la cui protezione era assicurata dalle famiglie nobiliari (HONKE).
La nascita del feudalesimo in Giappone ebbe così come conseguenza l’emergere di una aristocrazia militare, caratterizzata da patti d’arme personali tra signore e vassallo.
Così, mentre la nobiltà di corte rimaneva ancorata all’apparato esteriore e al cerimoniale, dedicando le proprie energie alle arti, alla poesia e ai piaceri, più che all’amministrazione del paese, la nobiltà delle province faceva esperienza reale di governo, amministrando territori e contadini in maniera autonoma dalle direttive della capitale. 

Questi signori provinciali divennero a poco a poco capi militari con grossi contingenti di fedeli seguaci al loro seguito.
Venivano chiamati BUKE, o casate militari. Le grandi famiglie regionali riuscirono ad estendere la loro influenza, stabilendo legami con le famiglie della capitale, i nobili KUGE.
Dalla fusione tra i poteri locali e quelli dei kuge nacque una nuova classe di guerrieri, i BUSHI.
I rapporti tra i guerrieri erano definiti secondo una struttura gerarchica di tipo familiare:

– SHUJIN (padrone, signore)
– IE NO OKO (“figli della famiglia”)
– RŌTŌ (semplici seguaci del capo)

Queste strutture militari su base familiare estesa, gerarchicamente organizzate, dominarono la scena della storia del Giappone per tutto il periodo Heian, alla fine del quale si trovarono raggruppate in due schieramenti distinti e contrapposti, quello della famiglia MINAMOTO (o GENJI) e quello della famiglia TAIRA (o HEIKE).

  

per approfondimenti :

(linea genealogica della famiglia Fujiwara e altre notizie)

[Testo di riferimento: P. Corradini, “Il Giappone e la sua storia”, Bulzoni 2003]

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E’ possibile far risalire i primi segni di popolamento umano in territorio cinese già partire dalle fasi più antiche del Pleistocene (da tre a un milione di anni fa).

 Recentemente ha trovato sempre maggiori conferme l’ipotesi che l’attuale provincia dello Yunnan abbia costituito una delle regioni originarie della specie umana. Da qui sarebbe iniziata la dispersione dell’uomo (archanthropus) nell’Asia orientale.

 Nel 1965 vengono rinvenuti nel distretto di Yuanmou due denti incisivi appartenenti a un ominide maschio – cui è stato attribuito il nome di Homo erectus yuanmouensis – in seguito alla prosecuzione degli scavi vengono rinvenuti altri materiali fossili e manufatti litici. Gli studiosi hanno avanzato l’ipotesi che l’ominide di Yuanmou appartenesse a uno stadio di transizione tra tipo Austrolopithecus e il tipo Homo erectus. Esso costituisce comunque la più antica presenza umana finora documentata con certezza nell’intero continente asiatico.

 La documentazione relativa agli insediamenti umani del Pleistocene medio (da 1.000.000 a 100.000 anni fa) è particolarmente ricca. Nella provincia dello Shaanxi, distretto di Lantian, sono stati rinvenuti nel 1963-65 diversi reperti umani, appartenenti a diversi individui di un tipo di ominide detto Homo erectus lantianensis, insieme a manufatti litici e fossili animali.

 Nei pressi del villaggio di Zhoukoudian (a c.a. 50 chilometri a sud-ovest dal centro di Pechino) sono stati rinvenute diverse calotte craniche complete, ossa facciali, denti, frammenti cranici e di arti, appartenenti a più di 40 individui di età e sesso diversi; insieme a oltre centomila  manufatti in pietra. Il tipo di ominide a cui ci si riferisce è detto Sinanthropus pekinensis o Homo erectus pekinensis, e costituisce tuttora l’ominide meglio conosciuto e studiato tra quelli che popolarono il territorio cinese durante il Pleistocene, ma anche uno degli antenati dell’Homo sapiens su cui si è oggi più ampiamente documentati.

Il Sinanthropus  per i suoi caratteri fisici si ricollega con la specie dell’Homo erectus . 

cranio del Sinanthropus pekinensis (Homo erectus pekinensis)

Si riscontra il fatto che intervennero mutamenti nella conformazione cranica del Sinanthropus durante il lungo periodo di sedimentazione. Il Sinanthropus camminava eretto, viveva in piccole comunità e si ritiene che fosse già in grado di articolare parole, anche se a un livello embrionale.

Sicuramente sapeva usare e conservare il fuoco ( è però improbabile che fosse a conoscenza di tecniche di accensione diretta); gli utensili in pietra erano costituiti prevalentemente da choppers-chopping tools, raschiatoi e punte.

 Con la cosiddetta glaciazione di Lushan si fa cominciare in Cina il Pleistocene superiore (c.a. 100.000 anni fa). Si verificano in questo periodo importanti mutamenti nella presenza umana sia a livello fisico che culturale. L’Homo erectus lasciò il posto a un nuovo tipo umano definito “neanderthaloide”, il quale sviluppò un’industria litica molto più avanzata della precedente, con caratteristiche tipologiche riconducibili al Paleolitico medio.

La lavorazione della pietra risulta in generale piuttosto accurata. Utensili caratteristici sono le schegge rifinite su entrambi i lati – che sembrano costituire le forme primitive delle lame dei periodo successivi – e punte a sezione triangolare.

E’ stata ipotizzata l’esistenza di due tradizioni tipologiche di lavorazione della pietra distinte, una legata all’area Lantian-Kehe, che si ricollega ai centri culturali del Paleolitico inferiore; e una legata all’area di Pechino e dello Shaanxi settentrionale (tradizione Zhoukoudian-Zhiyu).

L’ Homo sapiens fa la sua comparsa in Cina circa 40.000 anni fa, durante l’ultimo periodo glaciale detto di Dali. A partire da questo periodo la lavorazione della pietra fa rapidi progressi. Dopo una lunga evoluzione, caratterizzata da una sostanziale omogeneità tipologica e tecnologica, l’industria litica consce un processo di differenziazione in risposta alle diverse condizioni ambientali.

Un fatto importante è stato il ritrovamento – nel sito dello Zhiyu (Shaanxi settentrionale) – tra le altre cose, di varie forme di microliti (piccoli strumenti da taglio, bulini, piccole punte e punte di freccia), facendo così cadere l’ipotesi che questo tipo di industria avrebbe avuto origine in Siberia e si sarebbe successivamente diffuso nelle regioni della Cina del nord.

In generale si nota una progressive specializzazione degli utensili rispetto agli stadi precedenti, caratterizzati da attrezzi destinati ad usi molteplici.

 A un’epoca successiva, compresa tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene, risalgono altri ritrovamenti nella Cina del nord, il più importante dei quali è quello della Caverna Superiore, nei pressi della sommità della collina in cui sono stati rinvenuti i resti del Sinanthropus . nella Caverna Superiore di Zhoukoudian sono stati rinvenuti numerosi fossili umani, l’analisi dei tratti morfologici ha permesso di individuare in essi caratteri morfologici di tipo mongolico, ciò collegato con quanto è stato possibile stabilire dallo studio dei fossili umani scoperti nella Cina del sud, rende fondata l’ipotesi che in quest’epoca fosse già in  fase avanzata il processo di differenziazione razziale.

il sito dell'Uomo di Pechino di Zhoukoudian

I manufatti rinvenuti comprendono oggetti di pietra, corno e osso; assumono particolare rilievo gli ornamenti, che implicano l’esistenza di un senso estetico. La presenza di conchiglie marine sembrerebbe indicare lo sviluppo di scambi tra località relativamente lontane.

La Caverna Superiore presenta due ambienti distinti. La “sala inferiore”, situata all’interno, ha le caratteristiche di un  luogo di sepoltura: sono stati rinvenuti i resti di due donne e un vecchio; il fatto che intorno agli scheletri si trovassero polvere di ematite e oggetti ornamentali è considerato indizio della celebrazione di un rito funebre.

L’”Uomo della Caverna Superiore” presentava un livello di organizzazione sociale sicuramente più evoluto di quello dei suoi predecessori, se già praticava un culto dei morti.    

 Testo di riferimento: Sabattini M., Santangelo P., Storia della Cina, Bari-Roma, Laterza, 2005

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(Trattiamo qui la teoria più diffusamente accettata riguardo le origini della civiltà indiana, la teoria dell’ “invasione” aria.)

 

Analisi diacronica e sincronica

Secondo l’impostazione diacronica che caratterizza la maggior parte dei saggi sull’induismo, si possono individuare tre fasi del suo sviluppo:

– il vedismo, religione che ha il suo centro nel rito sacrificale eseguito in onore di molteplici figure divine e che si fonda sui testi più antichi della rivelazione (Śruti, “audizione”)

– il brahmanesimo antico, religione che indaga il significato più profondo del sacrificio, dando avvio a una riflessione sia cosmologica, sia introspettiva, che trova espressione in una serie di testi esegetici e speculativi della Śruti.

– Il brahmanesimo recente o induismo vero e proprio, le cui fonti principali costituiscono la tradizione sacra (Smŗiti, “memoria”).

Si tratta di uno schema che ha – almeno nelle grandi linee- una giustificazione storica e che, nel medesimo tempo, rispecchia i tre momenti principali che caratterizzano sincronicamente la religiosità hindū: quello rituale, quello speculativo/introspettivo e quello devozionale.
E’ bene ricordare subito che questi tre momenti,sebbene abbiano assunto importanza primaria secondo una precisa successione temporale, non solo coesistono, almeno in nuce, fin dall’epoca vedica, ma costituiscono ancor oggi le componenti fondamentali del sentire e della pratica religiosa di tutti gli hindū. Ancor oggi si celebrano riti che sono, a tutti gli effetti, “vedici”, accanto ad altri di più recente origine; ancor oggi si ripetono formule di preghiera tratte dalla Śruti accanto ad altre, la cui formulazione risale al Medioevo o, addirittura, all’epoca moderna.
Quanto poi al brahmanesimo o “religione dei brahmani”, l’intera tradizione religiosa hindū non può che essere chiamata “brahmanica”, giacchè proprio e solo i brahmani – che rappresentano il livello più alto della nuova “nobiltà” introdotta dagli indo-ari – sono stati da sempre gli autori e i compilatori dei suoi testi sacri e gli studiosi dei suoi valori fondamentali, cioè, in termini hindū, i soli e veri interpreti del dharma.

Rovine archeologiche di Mohenjo Daro, nella regione pakistana del Sindh (situata sulla riva destra del fiume Indo)

La cultura pre- arya:

Quando le popolazioni di razza nordica e di origine indoeuropea che davano a se stesse il nome di Ārya (“nobile”) giunsero nelle fertili pianure alluvionali dell’India nord-occidentale, vi trovarono, ormai avviata alla propria decadenza, una delle più grandi e antiche civiltà del mondo, che si era sviluppata nel corso del III millennio a.C., contemporaneamente alle grandi civiltà mesopotamiche, grazie al genio soprattutto pratico delle popolazioni di razza mediterranea e, forse, di lingua dravidica, che abitavano quelle regioni. Dall’area in cui fiorì, questa cultura sedentaria,urbana e tecnologicamente avanzata ha derivato il nome di civiltà dell’Indo, ma è nota anche come civiltà di Harappa, dal nome di uno dei suoi centri principali, situato nell’alta valle dell’Indo (oggi in Pakistan). Degli aspetti religiosi di questa civiltà – che ebbe in Mohenjo Daro (Sind, Pakistan) un altro dei suoi centri principali – si conosce molto poco, ma non è escluso che gli scavi archeologici, condotti a più riprese a partire dagli anni venti del nostro secolo, anche in aree sempre più lontane dai centri principali – a dimostrazione della notevole ampiezza dell’area di influenza della Civiltà dell’Indo – riservino ancora agli studiosi sorprendenti scoperte. Quel che è certo è che, nei successivi sviluppi della tradizione religiosa brahmanica, riemergono elementi la cui origine si può rintracciare proprio nella cultura pre-ārya, o dravidica: tali sono, per esempio, alcuni aspetti del culto di Śiva – specialmente in connessione con l’insieme delle discipline psico-fisiche che va sotto il nome di Yoga -, la sacralità della vacca e il culto della Dea.

Proto- Siva come Pashupati (signore degli animali), Mohenjo Daro, Valle dell'indo, c.a. 2000 a.C

 

L’invasione degli Ārya

Fu forse poco dopo la metà del II millennio a.C. che gli Ārya giunsero nelle fertili pianure del Paňjāb; divisi in tribù e clan, essi conducevano una vita nomade, dedicandosi alla pastorizia; conoscevano il ferro e il cavallo, che aggiogavano ai loro carri da guerra. Le loro abitudini erano molto diverse da quelle delle popolazioni della valle dell’Indo, che vivevano in sedi stabili e avevano costruito grandi città, traendo ricchezza soprattutto dall’agricoltura e dal commercio. Probabilmente la loro civiltà stava già vivendo il suo declino, quando fu travolta dai nuovi invasori, i quali introdussero nuovi modelli di vita e un nuovo ordinamento sociale.

 

Le categorie sociali degli indo-ari

Questo nuovo ordinamento sociale prevedeva una suddivisione tripartita fondata su basi funzionali (comune a tutti i popoli indoeuropei); essa da una parte distingueva gli Ārya (“nobili”) dalla massa della genti sottomesse, dall’altra suddivide gli Ārya stessi.
Le tre categorie,dette varņa (colore), sono:

i brāhmaņa > brahmani o sacerdoti (indicati dal colore bianco)

Bramino

gli kşatiya > nobili guerrieri (colore rosso)

i vaiśya > il popolo (colore giallo)

Il compito di studiare e insegnare i testi sacri della tradizione e di compiere i sacrifici, di donare e ricevere doni, spetta ai brahmani; agli kşatiya il compito di proteggere il popolo, fare doni e elemosine, studiare i libri sacri e “non lasciarsi legare dagli oggetti dei sensi”; i doveri dei vaiśya consistevano invece nella cura del bestiame, nell’elemosina, nell’offerta di sacrifici, l’apprendimento dei testi sacri, nel prestito di denaro a interesse e nel lavorare la terra.

Una quarta categoria, quella degli śūdra (caratterizzata dal colore nero), comprendeva la massa dei “non –nobili” (“an-ārya”), i “barbari” dasyu, detti poi semplicemente “servi”(dāsa), il cui compito era appunto quello di servire le tre classi più elevate.

Si legge nel Ŗg Veda che il Puruşa [ पुरुष – Sanscrito – “uomo cosmico”, cioè colui nel quale tutte le cose giacciono], quando venne immolato nel sacrificio da cui scaturì il mondo intero, originò dalla sua bocca il brāhmaņa, dalle braccia lo kşatiya, dalle cosce il vaiśya e dai piedi lo śūdra.
Da ciò appare chiaro come il costume brahmanico venga considerato “modello ideale di vita individuale e sociale”, e come la religione,in India, sia una prerogativa di questa casta; come è scritto anche nel testo di Manu, infatti, “il brāhmaņa è, in base al dharma, il signore di tutto il creato, giacchè Colui che esiste di per se stesso (Svayambhū) lo emise in origine dalla propria bocca, dopo aver praticato l’ascesi, per la protezione di tutto questo mondo” (I, 93-94)

[Estratto dal testo di  Stefano Piano, “Sanātana Dharma – un incontro con l’induismo”]

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