Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘nortse’

Fig. 4 – the state I am in, 2007.

Sicuramente un’ esperienza del genere non può di certo essere dimenticata, e rimane vivida nella mente ancor di più a 13 anni. Se originariamente le  bende erano legate a questo terribile evento, col tempo hanno assunto diversi significati. Infatti, lo stesso Nortse, in occasione della sua mostra“Nortse self portraits – the state of imbalance” tenutasi nel 2008 presso la galleria Rossi e Rossi di Londra, afferma che le persone della sua età hanno vissuto diversi cambiamenti e riforme sociali, e lui personalmente si sente come un umano porcellino d’india, sottoposto costantemente a diversi esperimenti per verificarne poi la reazione chimica. Gli “autoritratti” (uno dei quali a Fig.4) sono il risultato degli esperimenti sul porcellino d’india, intrappolato nella stretta fasciatura. L’immagine del porcellino riesce a spiegare bene il sentimento di oppressione Nortse, e in generale del popolo tibetano. Gli Autoritratti sono anche il risultato di uno sforzo da parte dell’artista, che risale al 2007, di esprimere se stesso combinando la pittura tradizionale ad olio con la fotografia, una tecnica che Nortse classifica come “ Nuova Pittura”. Lo stato di squilibrio che Nortse rappresenta nei suoi autoritratti è legato ad un malessere personale che attraverso la raffigurazione di se stesso cerca di ricostruire la sua vita intima e spirituale. Le cause di questo stato sono molteplici: il triste incidente del padre (con la presenza costante delle bende), i ricordi della Rivoluzione Culturale (Fig. 5, Father’s Violin), il periodo da alcolista, ed i cambiamenti contemporanei che avvengono in Tibet.

Fig. 5 – father’s Violin 1, 2007.

Per quanto riguarda il passato alcolista di Nortse, l’artista stesso afferma: “Un altro simbolo che spesso appare nei miei dipinti è “La Bottiglia di Vino”. Sono stato a lungo tormentato dall’eccessivo vizio del bere, ogni volta sempre di più; quando versavo in uno stato di squilibrio separato dalla realtà, ho scelto l’alcool come via di fuga, ma così facendo ho perso molto. L’Io nei miei Autoritratti esprime questo stato di squilibrio”.

Altro simbolo presente nelle sue opere è ‘la maschera’. L’uso delle maschere è anch’esso un ritorno al passato, a quel periodo di anarchia, quando ognuno per le strade indossava una maschera, un periodo che per l’artista è simile ai demoni dei suoi sogni. “Adesso quando ripenso a quel periodo, mi sembra che esso rappresenti la prova della fine del mondo, la fine del tempo”.

Oltre agli Autoritratti, ve ne sono altri, come ‘Prayer Wheel’, ‘Big Brother’ (Fig. 6-7) e ‘Auto man’ che sono rappresentazioni del conflitto tra la vecchia e la moderna cultura; altri ancora, come ‘Saved’(Fig.8) di natura più ottimistica, in cui compare una figura a mezzobusto, con gli avambracci legati, ma le mani aperte nell’atto di liberare una nuvola di farfalle. Quest’ultima opera comprende una serie di lavori che sono rappresentazioni circa la natura umana e la religione e la possibilità di una liberazione attraverso quest’ultima.

I temi da lui trattati sono importanti a Lhasa come altrove: il riscaldamento globale, il degrado ambientale, la sovrappopolazione, l’alcolismo fra i giovani (come avviene a Lhasa negli ultimi anni), il desiderio di formare una propria identità in un mondo di mass media e l’erosione della cultura e della tradizione.

Nortse è uno dei pochi artisti tibetani che lavora in ambito multimediale e la sua cultura traspare da ciò che viene raffigurato e non dallo stile utilizzato. La sua arte è infatti costituita maggiormente da lavori mixed media, sebbene includa anche lavori di fotografia, pittura ad olio e lavori come scenografo, associati al suo addestramento accademico e prima espressione artistica.

Nortse sostiene che solo mantenendo con fermezza il proprio punto di vista culturale, l’arte tibetana moderna potrà avere un futuro artistico autentico. Filo conduttore di tutte le opere di cui si è parlato, è la ricerca dell’ identità, che in diversi periodi storici si è espressa in modi diversi, ma che comunque non ha mai smesso di cercare e di affermare se stessa.

Fig. 6 – Preyer wheel, fotografia, 2007 Fig. 7 - Big brother, fotografia, 2007 Fig. 8 – Saved, 2007

Bibliografia:

Clare Harris, In the Image of Tibet. Tibetan Painting after 1959, Reaktion Books, 1999.

Sitografia:

www.mechak.org

www.rossirossi.com

www.asianart.com

Read Full Post »

Fig. 1 - Nyi ma nag po-Red sun, 2006.

(Articolo di Giuseppina Giummara)

Al giorno d’oggi i cambiamenti che avvengono nell’ambiente corrono come i pensieri e sono soprattutto gli artisti a cogliere e vivere queste trasformazioni. Se si tratta poi di artisti nati in una terra come il Tibet, che negli ultimi 50 anni ha subito profonde trasformazioni, la questione si fa ancora più complessa e ricca di sfumature. Nello specifico, l’artista di cui si parlerà è Norbu Tsering, meglio conosciuto come Nortse (in cinese羅次), nato nel 1963 a Lhasa. La data di nascita è rilevante, in quanto ci fa notare che l’artista, come tutti i suoi coetanei, ha esperienza della “Rivoluzione Culturale”(1966-1976), del periodo delle riforme, della riapertura del paese al mondo esterno negli anni ’80 e adesso vive il periodo della globalizzazione economica. Nortse a questo proposito dice “forse, potresti dire, che la nostra esperienza di vita è stata ricca, ma se potessi scegliere, io avrei piuttosto fatto a meno di questa ricchezza”: frase che rende pienamente la sua personale opinione.

Riguardo al periodo della Rivoluzione Culturale e ai suoi lasciti, nella produzione artistica di Nortse, si può far riferimento a due lavori, Black Sun e Red Sun, che indagano la possibilità o l’impossibilità che la cultura tibetana ha di riassemblare se stessa.

Al centro del Red Sun (Fig. 1), una statua originale di bronzo senza testa del Buddha (acquistata nel Barkhor), attesta la distruzione dei monasteri e delle statue nel periodo della Rivoluzione Culturale, mentre le vene rosse che spargono sangue in tutte le direzioni e le lacrime sferiche che circondano la rovina di Shakyamuni, richiamano alla memoria la storia della distruzione della vita umana e culturale. Il nome stesso dell’opera potrebbe essere un chiaro riferimento al sole rosso del comunismo cinese.

Black sun (Fig. 2) rappresenta invece, la paura per la cultura tibetana e per la rottura di quel qualcosa nel cuore della comunità che si è frantumato e non può essere più riparato. Nortse riflette sul significato dei materiali, dicendo che il sangue rosso che è stato versato si è seccato, diventando nero; la forma del Buddha è realizzata col vetro rotto e semi di orzo, una figura che delinea la sagoma di Buddha, ma che non ha più una reale consistenza.

Entrambe le opere sono realizzate con diversi materiali di fattura tibetana, ed hanno la forma di un mandala, come fossero fotografie di due fasi diverse della storia del Tibet (la scritta Tibet; Bod compare anche all’estremità superiore dell’opera). Due minuscoli piedi rossi sul foglio artigianale rappresentano il sentiero calpestato, un sentiero immerso nell’orrore per ciò che è stato. Quei piccoli piedi rossi sono orme di piedi sporchi di sangue, piedi di chi ha subito e di chi ha continuato a camminare calpestando il sangue dei fratelli. Il significato di queste orme può essere anche ricondotto alla scelta di un sentiero da seguire.

Il vissuto di un artista è quasi sempre rintracciabile nelle sue opere, e così è anche per Nortse. Egli infatti dal 1980 al 1991 studiò arte in varie scuole, inclusa la Tibet University di Lhasa, la Central Arts Academy di Beijing e le accademie d’arte di Guangzhou e Tainjing.

Fig. 2 - Nyi ma nag po-Black sun, 2006.

A questo periodo risale la sua partecipazione come uno dei membri fondatori, tra i quali vi era anche Gonkar Gyatso (Gong dKar rGya mTshos), della Sweet Tea House Artist Association di Lhasa. Quest’iniziativa cominciò a metà degli anni ‘80 da parte della prima ondata di artisti tibetani che ritornarono in Tibet dopo aver ricevuto una formazione artistica all’Accademia di Arte centrale di Pechino. L’Associazione nasceva dal bisogno degli artisti di affermare la propria identità, divisa fra un’educazione cinese e un’eredità tibetana. L’obiettivo dell’ Associazione era quello di creare un movimento nuovo per l’esperienza tibetana di arte contemporanea, distanziandosi dalle tecniche del realismo cinese. A parte le sperimentazioni estetiche e tecniche di ognuno, gli artisti della Sweet Tea House si identificarono prima di tutto come etnicamente “tibetani”. Oltre l’obiettivo primario di restaurare la “tibetaneità” degli artisti, la Sweet Tea House si legò profondamente alla natura e all’ambiente fisico, cercando di restituire anche all’ambiente la propria identità tibetana. Dal 1984-1986, gli artisti della Sweet Tea House esposero, come il nome suggerisce, nelle case da the del quartiere di Shol di Lhasa. Quando il mercato di arte di Lhasa e la vita culturale declinò nel 1987 a causa di un agitazione sociale, anche l’Associazione si sciolse. Ci furono artisti, come Gonkar Gyatso, che lasciarono il Tibet cominciando altrove una nuova carriera, mentre altri trovarono lavori nell’ambito artistico, nel design e nell’insegnamento. Quando, nell’agosto del 2003, venne fondata la Gedun Choephel Artist Guild, molti di quegli artisti contemporanei della prima ondata degli anni ‘80, come Nortse, gravitarono intorno all’Associazione e cominciarono a dipingere di nuovo per loro stessi; a volte dopo più di dieci anni di inattività. L’origine del linguaggio figurativo di Nortse è da ricercarsi proprio nel lavoro degli esordi.

A questo proposito, un’opera realizzata durante gli anni ‘80, merita di essere citata come origine dei suoi lavori. Si tratta di ‘Bound-up Scenery’ (Fig. 3), opera composta da una serie di 4 fotografie realizzate nelle praterie del Jiangtang (Chang Tang), nel Tibet occidentale. Quest’opera potrebbe essere frutto di quelle escursioni che la Sweet Tea House Artist Association realizzò in aree remote del paese, al fine di cercare nella natura, una conferma del loro spirito tradizionale. In tutte e quattro le foto, è visibile un paesaggio desolato che fa da sfondo, e un personaggio (probabilmente Nortse stesso) con due lunghe strisce di stoffa, una rossa e una bianca, che creano con il soggetto una sequenza di immagini che porta a vedere l’uomo prima seduto sulla stoffa e poi man mano fasciato fino a scomparire del tutto; come se quella fasciatura coprisse sia l’identità dell’uomo che dell’ambiente alle sue spalle. È per la prima volta che compaiono le fasce di stoffa, che poi saranno un elemento ricorrente nei lavori di Nortse. Questo elemento è collegato dall’artista stesso ad un avvenimento tragico, la morte del padre causata da un incidente stradale nel 1976. Nortse ricorda il corpo del padre interamente bendato, con il sangue rosso che emergeva nel bianco delle bende e il forte odore di formalina; “Ancora oggi tutte queste immagini appaiono costantemente nei miei sogni”.

Fig.3 – Bound-up Scenery, 1987 circa

Read Full Post »