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Archive for the ‘Storia – India’ Category

 

(Trattiamo qui la teoria più diffusamente accettata riguardo le origini della civiltà indiana, la teoria dell’ “invasione” aria.)

 

Analisi diacronica e sincronica

Secondo l’impostazione diacronica che caratterizza la maggior parte dei saggi sull’induismo, si possono individuare tre fasi del suo sviluppo:

– il vedismo, religione che ha il suo centro nel rito sacrificale eseguito in onore di molteplici figure divine e che si fonda sui testi più antichi della rivelazione (Śruti, “audizione”)

– il brahmanesimo antico, religione che indaga il significato più profondo del sacrificio, dando avvio a una riflessione sia cosmologica, sia introspettiva, che trova espressione in una serie di testi esegetici e speculativi della Śruti.

– Il brahmanesimo recente o induismo vero e proprio, le cui fonti principali costituiscono la tradizione sacra (Smŗiti, “memoria”).

Si tratta di uno schema che ha – almeno nelle grandi linee- una giustificazione storica e che, nel medesimo tempo, rispecchia i tre momenti principali che caratterizzano sincronicamente la religiosità hindū: quello rituale, quello speculativo/introspettivo e quello devozionale.
E’ bene ricordare subito che questi tre momenti,sebbene abbiano assunto importanza primaria secondo una precisa successione temporale, non solo coesistono, almeno in nuce, fin dall’epoca vedica, ma costituiscono ancor oggi le componenti fondamentali del sentire e della pratica religiosa di tutti gli hindū. Ancor oggi si celebrano riti che sono, a tutti gli effetti, “vedici”, accanto ad altri di più recente origine; ancor oggi si ripetono formule di preghiera tratte dalla Śruti accanto ad altre, la cui formulazione risale al Medioevo o, addirittura, all’epoca moderna.
Quanto poi al brahmanesimo o “religione dei brahmani”, l’intera tradizione religiosa hindū non può che essere chiamata “brahmanica”, giacchè proprio e solo i brahmani – che rappresentano il livello più alto della nuova “nobiltà” introdotta dagli indo-ari – sono stati da sempre gli autori e i compilatori dei suoi testi sacri e gli studiosi dei suoi valori fondamentali, cioè, in termini hindū, i soli e veri interpreti del dharma.

Rovine archeologiche di Mohenjo Daro, nella regione pakistana del Sindh (situata sulla riva destra del fiume Indo)

La cultura pre- arya:

Quando le popolazioni di razza nordica e di origine indoeuropea che davano a se stesse il nome di Ārya (“nobile”) giunsero nelle fertili pianure alluvionali dell’India nord-occidentale, vi trovarono, ormai avviata alla propria decadenza, una delle più grandi e antiche civiltà del mondo, che si era sviluppata nel corso del III millennio a.C., contemporaneamente alle grandi civiltà mesopotamiche, grazie al genio soprattutto pratico delle popolazioni di razza mediterranea e, forse, di lingua dravidica, che abitavano quelle regioni. Dall’area in cui fiorì, questa cultura sedentaria,urbana e tecnologicamente avanzata ha derivato il nome di civiltà dell’Indo, ma è nota anche come civiltà di Harappa, dal nome di uno dei suoi centri principali, situato nell’alta valle dell’Indo (oggi in Pakistan). Degli aspetti religiosi di questa civiltà – che ebbe in Mohenjo Daro (Sind, Pakistan) un altro dei suoi centri principali – si conosce molto poco, ma non è escluso che gli scavi archeologici, condotti a più riprese a partire dagli anni venti del nostro secolo, anche in aree sempre più lontane dai centri principali – a dimostrazione della notevole ampiezza dell’area di influenza della Civiltà dell’Indo – riservino ancora agli studiosi sorprendenti scoperte. Quel che è certo è che, nei successivi sviluppi della tradizione religiosa brahmanica, riemergono elementi la cui origine si può rintracciare proprio nella cultura pre-ārya, o dravidica: tali sono, per esempio, alcuni aspetti del culto di Śiva – specialmente in connessione con l’insieme delle discipline psico-fisiche che va sotto il nome di Yoga -, la sacralità della vacca e il culto della Dea.

Proto- Siva come Pashupati (signore degli animali), Mohenjo Daro, Valle dell'indo, c.a. 2000 a.C

 

L’invasione degli Ārya

Fu forse poco dopo la metà del II millennio a.C. che gli Ārya giunsero nelle fertili pianure del Paňjāb; divisi in tribù e clan, essi conducevano una vita nomade, dedicandosi alla pastorizia; conoscevano il ferro e il cavallo, che aggiogavano ai loro carri da guerra. Le loro abitudini erano molto diverse da quelle delle popolazioni della valle dell’Indo, che vivevano in sedi stabili e avevano costruito grandi città, traendo ricchezza soprattutto dall’agricoltura e dal commercio. Probabilmente la loro civiltà stava già vivendo il suo declino, quando fu travolta dai nuovi invasori, i quali introdussero nuovi modelli di vita e un nuovo ordinamento sociale.

 

Le categorie sociali degli indo-ari

Questo nuovo ordinamento sociale prevedeva una suddivisione tripartita fondata su basi funzionali (comune a tutti i popoli indoeuropei); essa da una parte distingueva gli Ārya (“nobili”) dalla massa della genti sottomesse, dall’altra suddivide gli Ārya stessi.
Le tre categorie,dette varņa (colore), sono:

i brāhmaņa > brahmani o sacerdoti (indicati dal colore bianco)

Bramino

gli kşatiya > nobili guerrieri (colore rosso)

i vaiśya > il popolo (colore giallo)

Il compito di studiare e insegnare i testi sacri della tradizione e di compiere i sacrifici, di donare e ricevere doni, spetta ai brahmani; agli kşatiya il compito di proteggere il popolo, fare doni e elemosine, studiare i libri sacri e “non lasciarsi legare dagli oggetti dei sensi”; i doveri dei vaiśya consistevano invece nella cura del bestiame, nell’elemosina, nell’offerta di sacrifici, l’apprendimento dei testi sacri, nel prestito di denaro a interesse e nel lavorare la terra.

Una quarta categoria, quella degli śūdra (caratterizzata dal colore nero), comprendeva la massa dei “non –nobili” (“an-ārya”), i “barbari” dasyu, detti poi semplicemente “servi”(dāsa), il cui compito era appunto quello di servire le tre classi più elevate.

Si legge nel Ŗg Veda che il Puruşa [ पुरुष – Sanscrito – “uomo cosmico”, cioè colui nel quale tutte le cose giacciono], quando venne immolato nel sacrificio da cui scaturì il mondo intero, originò dalla sua bocca il brāhmaņa, dalle braccia lo kşatiya, dalle cosce il vaiśya e dai piedi lo śūdra.
Da ciò appare chiaro come il costume brahmanico venga considerato “modello ideale di vita individuale e sociale”, e come la religione,in India, sia una prerogativa di questa casta; come è scritto anche nel testo di Manu, infatti, “il brāhmaņa è, in base al dharma, il signore di tutto il creato, giacchè Colui che esiste di per se stesso (Svayambhū) lo emise in origine dalla propria bocca, dopo aver praticato l’ascesi, per la protezione di tutto questo mondo” (I, 93-94)

[Estratto dal testo di  Stefano Piano, “Sanātana Dharma – un incontro con l’induismo”]

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