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Archive for novembre 2009

 

Durante il Neolitico (IX – III millennio a.C.) le varie culture distribuite tra il Liaoning e il Guangdong produssero una varietà di terrecotte i cui attributi tipologici (forma, colore, decorazione) permettono agli studiosi di identificare i vari siti archeologici con questa o quella cultura, e di ricostruire la loro evoluzione.

Gli studi tipologici sulle terrecotte hanno consentito di capire che le varie culture neolitiche non erano isolate, ma intrattenevano rapporti di scambio culturale.

Nella seconda metà del IV millennio a.C. i vasai della cultura neolitica Dawenkou concepirono il tornio.

Accanto alle terrecotte rosse dipinte, comparvero anche ceramiche nere e bianche dalle forme complesse e dal corpo raffinato (non adibite all’uso quotidiano evidentemente). Con l’avvento dell’Età del Bronzo la presenza di ceramiche in ambito religioso diminuì a favore del metallo.

Comunque i corredi funerari dell’aristocrazia Xia, Shang e Zhou hanno restituito esemplari di terracotta bianca e nera , identici per forma e decorazione ai loro modelli in metallo.
Nella Cina settentrionale la produzione della ceramica aveva legami con l’industria del bronzo, mentre a sud, in una zona d’influenza diversa da quella Shang, veniva inventato un nuovo tipo di ceramica, cotta ad alta temperatura (1150° C) ed invetriata.
Il corpo di questo nuovo tipo di ceramica, detto grès, era preparato con argille raffinate, mentre l’invetriatura era costituita da cenere vegetale. L’alta temperatura permetteva al corpo di essere più duro, compatto e impermeabile rispetto alla terracotta e faceva sì che la cenere vegetale fondesse trasformandosi in pellicola vetrosa.
I ceramisti capirono che le gocce di materiale vetroso che cadevano sul corpo dei recipienti dopo la cottura erano la cenere creata dalla combustione della legna che si depositava sulle pareti della camera di cottura, dove fondeva per l’alta temperatura e colava sul vasellame, e iniziarono a ricoprire di proposito i prodotti con cenere vegetale. 

Il colore del corpo e della coperta (grigio e verde) era il risultato della cottura in atmosfera riducente (povera di ossigeno), se fosse stata ossidante il corpo sarebbe diventato rossastro e l’invetriatura da gialla a marrone, in base alla percentuale di ferro contenuta in essa. In occidente l’invetriatura verde cotta ad alta temperatura è nota con il nome di cèladon (dal colore della veste del personaggio del romanzo pastorale l’Astrèe). In realtà il colore della vetrina cèladon non era limitato al verde, ma comprendeva tutta la tonalità che va dal verde all’azzurro.

Incensiere Celadon di Longquan-Dinastia Ming (1364/1644)

Siccome i primi ritrovamenti di ceramiche invetriate cotte ad alte temperature di epoca Shang avvennero in siti settentrionali (soprattutto nello Henan), gli archeologi dedussero che anche i centri manifatturieri dovevano trovarsi a nord, mentre le indagini archeologiche hanno rilevato che le fornaci in cui queste ceramiche venivano realizzate si trovavano in regioni meridionali, in un’area nota come Yue, uno stato confinante con i territori Zhou, considerato semi-barbarico.
Queste ceramiche venivano acquistate dall’aristocrazia settentrionale e trasportate per oltre mille chilometri attraverso regioni appartenenti a realtà politiche diverse, questo per le particolari qualità che presentavano: erano invetriate e di conseguenza impermeabili, lucide, resistenti e di colore verde (come alcune giade e come la patina che si forma sui bronzi).

La produzione di grès invetriato proseguì durante le epoche successive; vi fu un progresso sostanziale nella preparazione di corpi sempre più sottili e raffinati, e di vetrine di colore verde. Durante il periodo degli Stati Combattenti (453 – 221 a.C.) si cominciò a modellare sul tornio il vasellame da invetriare e le fornaci “a drago” (chiamate così per la loro forma allungata) divennero più efficienti.
Le forme e le decorazioni erano ispirati ai bronzi e alle lacche contemporanee, ma includevano un gran numero di oggetti quotidiani.
Questo dovrebbe essere un segno di mutamenti nell’ambito del corredo religioso.

Verso la fine del periodo degli Han Occidentali, mentre i vasai meridionali erano intenti a recuperare l’antico splendore delle ceramiche cèladon (con la conquista del regno di Yue da parte del regno di Chu, la produzione subì una battuta d’arresto), a nord ci si cimentava con l’invetriatura che cuoce a bassa temperatura. L’ingrediente che permette di abbassare il punto di fusione della vetrina a circa 800° C è il piombo. Questo tipo di invetriatura è detta piombifera, dai colori verde e nocciola.

Nonostante la vetrina al piombo si rivelasse altamente tossica, le invetriature a bassa temperatura avevano il vantaggio di essere brillanti, lisce, nascondevano le impurità del corpo, potevano essere colorate ed era possibile produrre oggetti invetriati risparmiando sul consumo di combustibile.

In epoca Han, l’invetriatura al piombo veniva applicata sia sui recipienti che su modellini, probabilmente fabbricati esclusivamente per uso funerario. Gli “oggetti dello spirito” (mingqi) più frequentemente rivestiti di invetriatura piombifera erano modellini di granai, abitazioni, animali; tutto ciò che era legato alla vita terrena e alle proprietà del defunto (dato che una parte della tomba rappresentava la continuazione della vita terrena , veniva rifornita con tutto ciò che ricreava l’esistenza terrena del defunto).
Molti mingqi non presentavano l’invetriatura piombifera, ma erano dipinti con colori a freddo (per questo sulle terrecotte pervenuteci sono rimaste solo tracce dei pigmenti), che all’epoca avrebbero fornito un forte impatto visivo.
L’impatto era fornito anche dalla dimensione e dalla quantità dei corredi: l’esempio più eclatante in questo senso è quello dei soldati dell’esercito di terracotta del primo Augusto Imperatore dei Qin. Anche gli imperatori della successiva dinastia Han Occidentali mantennero la pratica di interrare figurine (guerrieri in assetto di battaglia, musici, animali da fattoria ecc.), anche se di dimensioni ridotte. 

Le figure dei soldati dell’esercito di terracotta (i quali sembrano avere ciascuno una precisa identità fisionomica) sono stati realizzati combinando diversi elementi prodotti in serie, per ciascuno dei quali esistevano delle varianti. Le figure constano di sette parti principali – base, piedi, gambe, corpo, braccia, mani e testa – modellate separatamente e poi assemblate.

Le componenti cilindriche – braccia e gambe- erano realizzate avvolgendo lastre di impasto argilloso in tubi, o con il metodo “a colombino”. La forma della testa, l’acconciatura, il copricapo, i baffi, la barba, i dettagli dell’armatura e delle scarpe venivano invece plasmati direttamente sulle figure da maestri scultori.
Per ridurre i rischi di effetti indesiderati durante la cottura delle statue, venne utilizzata l’argilla locale, il löss, che risolveva ad esempio al problema del peso (150/200 kl) che le gambe delle statue dovevano sostenere; realizzando le gambe molto spesse, grazie all’impiego del löss, nonché porose, si evitavano il cedimento dovuto al peso e l’esplosione ( a causa della pressione dell’acqua in evaporazione).
Il lavoro era affidato ad operai coscritti, suddivisi in squadre dirette da un capomastro, occupandosi delle fasi di lavorazione dall’impasto dell’argilla alla modellatura completa; mentre la cottura era affidata ai fuochisti. 
I capimastri, reclutati nelle manifatture imperiali o da quelle private locali, apponevano la loro “firma” sul manufatto (i primi apponendo un sigillo, i secondo incidendo con uno stilo l’impasto ancora umido), al fine di garantire una sorta di controllo sulla qualità della produzione (in questo modo, era possibile risalire alla squadra autrice di sculture difettose e multarla secondo le leggi vigenti).

L’esecuzione delle sculture nella necropoli del primo Augusto Imperatore fu un evento unico. I corredi di epoca Han – sebbene molto ricchi- furono inferiori per quantità, i dettagli delle statuette erano quasi sempre dipinti anziché scolpiti, e la produzione era distribuita fra molti laboratori, anziché essere concentrata in un unico sito.

L’organizzazione delle manifatture prevedeva un alto grado di specializzazione tra gli operai.
Le statuine erano eseguite mediante coppie di stampi, poi le due parti venivano fissate con la barbottina. Anche i modellini architettonici erano composti da diversi elementi ricavati da stampi e saldati con il collante.
Se le sculture erano destinate a essere coperte di invetriatura piombifera, venivano trasferite nei laboratori degli operai addetti a questa fase; altrimenti, una volta raggiunto il giusto grado di umidità, venivano caricate nella fornace.

         

Planimetria mausoleo dell'imperatore Qin Shi Huang Di

  

 

Per approfondimenti: Ceramica cinese

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(Trattiamo qui la teoria più diffusamente accettata riguardo le origini della civiltà indiana, la teoria dell’ “invasione” aria.)

 

Analisi diacronica e sincronica

Secondo l’impostazione diacronica che caratterizza la maggior parte dei saggi sull’induismo, si possono individuare tre fasi del suo sviluppo:

– il vedismo, religione che ha il suo centro nel rito sacrificale eseguito in onore di molteplici figure divine e che si fonda sui testi più antichi della rivelazione (Śruti, “audizione”)

– il brahmanesimo antico, religione che indaga il significato più profondo del sacrificio, dando avvio a una riflessione sia cosmologica, sia introspettiva, che trova espressione in una serie di testi esegetici e speculativi della Śruti.

– Il brahmanesimo recente o induismo vero e proprio, le cui fonti principali costituiscono la tradizione sacra (Smŗiti, “memoria”).

Si tratta di uno schema che ha – almeno nelle grandi linee- una giustificazione storica e che, nel medesimo tempo, rispecchia i tre momenti principali che caratterizzano sincronicamente la religiosità hindū: quello rituale, quello speculativo/introspettivo e quello devozionale.
E’ bene ricordare subito che questi tre momenti,sebbene abbiano assunto importanza primaria secondo una precisa successione temporale, non solo coesistono, almeno in nuce, fin dall’epoca vedica, ma costituiscono ancor oggi le componenti fondamentali del sentire e della pratica religiosa di tutti gli hindū. Ancor oggi si celebrano riti che sono, a tutti gli effetti, “vedici”, accanto ad altri di più recente origine; ancor oggi si ripetono formule di preghiera tratte dalla Śruti accanto ad altre, la cui formulazione risale al Medioevo o, addirittura, all’epoca moderna.
Quanto poi al brahmanesimo o “religione dei brahmani”, l’intera tradizione religiosa hindū non può che essere chiamata “brahmanica”, giacchè proprio e solo i brahmani – che rappresentano il livello più alto della nuova “nobiltà” introdotta dagli indo-ari – sono stati da sempre gli autori e i compilatori dei suoi testi sacri e gli studiosi dei suoi valori fondamentali, cioè, in termini hindū, i soli e veri interpreti del dharma.

Rovine archeologiche di Mohenjo Daro, nella regione pakistana del Sindh (situata sulla riva destra del fiume Indo)

La cultura pre- arya:

Quando le popolazioni di razza nordica e di origine indoeuropea che davano a se stesse il nome di Ārya (“nobile”) giunsero nelle fertili pianure alluvionali dell’India nord-occidentale, vi trovarono, ormai avviata alla propria decadenza, una delle più grandi e antiche civiltà del mondo, che si era sviluppata nel corso del III millennio a.C., contemporaneamente alle grandi civiltà mesopotamiche, grazie al genio soprattutto pratico delle popolazioni di razza mediterranea e, forse, di lingua dravidica, che abitavano quelle regioni. Dall’area in cui fiorì, questa cultura sedentaria,urbana e tecnologicamente avanzata ha derivato il nome di civiltà dell’Indo, ma è nota anche come civiltà di Harappa, dal nome di uno dei suoi centri principali, situato nell’alta valle dell’Indo (oggi in Pakistan). Degli aspetti religiosi di questa civiltà – che ebbe in Mohenjo Daro (Sind, Pakistan) un altro dei suoi centri principali – si conosce molto poco, ma non è escluso che gli scavi archeologici, condotti a più riprese a partire dagli anni venti del nostro secolo, anche in aree sempre più lontane dai centri principali – a dimostrazione della notevole ampiezza dell’area di influenza della Civiltà dell’Indo – riservino ancora agli studiosi sorprendenti scoperte. Quel che è certo è che, nei successivi sviluppi della tradizione religiosa brahmanica, riemergono elementi la cui origine si può rintracciare proprio nella cultura pre-ārya, o dravidica: tali sono, per esempio, alcuni aspetti del culto di Śiva – specialmente in connessione con l’insieme delle discipline psico-fisiche che va sotto il nome di Yoga -, la sacralità della vacca e il culto della Dea.

Proto- Siva come Pashupati (signore degli animali), Mohenjo Daro, Valle dell'indo, c.a. 2000 a.C

 

L’invasione degli Ārya

Fu forse poco dopo la metà del II millennio a.C. che gli Ārya giunsero nelle fertili pianure del Paňjāb; divisi in tribù e clan, essi conducevano una vita nomade, dedicandosi alla pastorizia; conoscevano il ferro e il cavallo, che aggiogavano ai loro carri da guerra. Le loro abitudini erano molto diverse da quelle delle popolazioni della valle dell’Indo, che vivevano in sedi stabili e avevano costruito grandi città, traendo ricchezza soprattutto dall’agricoltura e dal commercio. Probabilmente la loro civiltà stava già vivendo il suo declino, quando fu travolta dai nuovi invasori, i quali introdussero nuovi modelli di vita e un nuovo ordinamento sociale.

 

Le categorie sociali degli indo-ari

Questo nuovo ordinamento sociale prevedeva una suddivisione tripartita fondata su basi funzionali (comune a tutti i popoli indoeuropei); essa da una parte distingueva gli Ārya (“nobili”) dalla massa della genti sottomesse, dall’altra suddivide gli Ārya stessi.
Le tre categorie,dette varņa (colore), sono:

i brāhmaņa > brahmani o sacerdoti (indicati dal colore bianco)

Bramino

gli kşatiya > nobili guerrieri (colore rosso)

i vaiśya > il popolo (colore giallo)

Il compito di studiare e insegnare i testi sacri della tradizione e di compiere i sacrifici, di donare e ricevere doni, spetta ai brahmani; agli kşatiya il compito di proteggere il popolo, fare doni e elemosine, studiare i libri sacri e “non lasciarsi legare dagli oggetti dei sensi”; i doveri dei vaiśya consistevano invece nella cura del bestiame, nell’elemosina, nell’offerta di sacrifici, l’apprendimento dei testi sacri, nel prestito di denaro a interesse e nel lavorare la terra.

Una quarta categoria, quella degli śūdra (caratterizzata dal colore nero), comprendeva la massa dei “non –nobili” (“an-ārya”), i “barbari” dasyu, detti poi semplicemente “servi”(dāsa), il cui compito era appunto quello di servire le tre classi più elevate.

Si legge nel Ŗg Veda che il Puruşa [ पुरुष – Sanscrito – “uomo cosmico”, cioè colui nel quale tutte le cose giacciono], quando venne immolato nel sacrificio da cui scaturì il mondo intero, originò dalla sua bocca il brāhmaņa, dalle braccia lo kşatiya, dalle cosce il vaiśya e dai piedi lo śūdra.
Da ciò appare chiaro come il costume brahmanico venga considerato “modello ideale di vita individuale e sociale”, e come la religione,in India, sia una prerogativa di questa casta; come è scritto anche nel testo di Manu, infatti, “il brāhmaņa è, in base al dharma, il signore di tutto il creato, giacchè Colui che esiste di per se stesso (Svayambhū) lo emise in origine dalla propria bocca, dopo aver praticato l’ascesi, per la protezione di tutto questo mondo” (I, 93-94)

[Estratto dal testo di  Stefano Piano, “Sanātana Dharma – un incontro con l’induismo”]

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EPOCA YAYOI (ca. 250 aC. / 250 d.C.)
EPOCA KOFUN (250 / 552) [epoca dei tumuli]

Epoca Yayoi > Età del bronzo e del ferro

Epoca Kofun > “Tombe antiche”, tombe a tumulo caratteristiche.

Epoca Yayoi:

Stretti contatti con le coste orientali cinesi e le coste occidentali e meridionali della Corea portarono all’introduzione della coltivazione del riso, la base della sussistenza.

Si distinguono due sfere culturali:

Seto Occidentale > presenza di punte e lame ricurve, depositi di materiale funerario.
Seto orientale > presenza di lame piane, campane di bronzo, insediamenti sulle colline.

Epoca Kofun:

La cultura dell’epoca Kofun è originaria di Seto Orientale, diffusasi poi tra il III° e il IV° secolo in tutta la zona del mare interno.
Le tombe più antiche consistevano in un sarcofago di legno messo in una camera mortuaria sulla sommità di una collinetta.

Kofun dell'imperatore Nintoku - inizi del V secolo, piana di Yamato

Dalla seconda metà del IV° secolo si nota l’aggiunta di terreno all’esterno e di sculture funerarie (haniwa). Compaiono i sarcofagi in pietra e l’area di costruzione delle tombe si estende alla costa orientale, alla pianura del Kantō e alla costa settentrionale del Giappone occidentale.
Il corredo funerario delle tombe del periodo Kofun è rappresentativo dello status sociale del defunto; si delinea una stratificazione sociale, molte tombe contengono infatti un solo corpo, a dimostrazione del fatto che vi fosse un trattamento particolare per certi individui.

Lo stato di Yamato

Il primo imperatore la cui esistenza storica sia accertata è Suijin. Si ritiene che i primi otto imperatori tra Jinmu e Suijin siano assolutamente leggendari.
Dopo Suijin si succedono tre diverse dinastie:

Suijin (Vecchia Dinastia)

Ōjin (Media Dinastia)

Keitai (Nuova Dinastia)

le quali avevano i propri maggiori palazzi e le proprie tombe in luoghi diversi, nell’area del Kinai.

Nel primo periodo Kofun non esiste ancora un vero potere centrale, ma si può parlare di una autorità politica dello Yamato (antico nome del Giappone); e di una “corte Yamato”.
Lo stato Giapponese vero e proprio sarebbe nato dall’invasione di cavalieri nomadi provenienti dalla penisola coreana, segnando anche così il passaggio da una società agricola e pacifica ad una società militaristica e di cavalieri (metà del IV° secolo). Si suppone che la conquista sia avvenuta in due tempi: prima ci sarebbe stata la migrazione di clan aristocratici dal sud della Corea nel nord del Kyūshū nella seconda metà del IV° secolo; a questa avrebbe fatto seguito l’avanzata di queste popolazioni militari verso il Mare Interno nel tardo IV° secolo per conquistare la regione del Kinai e stabilire lì il primo stato nipponico all’inizio del V° secolo.
Secondo questa teoria la conquista andrebbe attribuita a tre personaggi, menzionati nel Kojiki e nel Nihon shoki: Suijin, Jinmu e Ōjin. Suijin sarebbe emigrato dalla regione coreana di Mimana fino al Kyūshū, il punto di partenza del leggendario viaggio del primo imperatore Jinmu attraverso il mare interno per conquistare Yamato. Il viaggio dell’imperatore Jinmu sarebbe la rappresentazione della conquista di Yamato da parte dei cavalieri nomadi.

Gruppo di haniwa trovati in una tomba a Izumizakimura (distretto di Nishishirakawa, Fukushima)

La corte di Asuka coincide con la dinastia fondata da Keitai. Poiché nella zona di Asuka, a sud di Nara, si concentrò l’amministrazione socio- politica del paese, fu dato il nome di Asuka alla corte che risiedeva in quest’area.

 

Le strutture sociali

L’organizzazione sociale di questo periodo si fondava sul sistema delle uji, un insieme politico- territoriale basato su un nucleo familiare ad orientamento patrilineare, all’interno del quale veniva trasmesse cariche religiose e di potere.
La uji era a sua volta suddivisa in rami, la cui unità più semplice era la famiglia (ie).
L’imperatore sarebbe stato nient’altro che il capo di una potente uji, quella di Yamato, mentre i capi delle altre uji (uji no kami), discendenti anch’essi da una divinità come il capo del clan di Yamato lo era della dea solare Amaterasu Ōmikami, si trasmettevano i loro domini per eredità.
La funzione dei capi delle uji era religiosa e al tempo stesso politica: erano in grado di conoscere la volontà delle divinità delle uji (ujigami) e pertanto potevano esercitare funzioni di governo.
I simboli di potere erano lo specchio, la spada e il gioiello, che successivamente furono riservati esclusivamente alla casa imperiale. Col tempo, avendo perso importanza le divinità locali, i capi delle uji divennero sempre più dipendenti dall’imperatore.

Amaterasu Omikami

PERSONAGGI E PAROLE CHIAVE

Suijin > Primo imperatore di cui sia documentata l’esistenza storica.

Jinmu > Secondo la leggenda Jinmu Tennō, discendente di Ninigi (pronipote della dea Amaterasu), sarebbe sbarcato ad Hondo l’11 febbraio del 660 a.C., data considerata anniversario della fondazione del Giappone.

Haniwa > Sculture funerarie (animali, guerrieri, divinità).

Uji > Insieme politico – territoriale basato su un nucleo familiare ad orientamento patrilineare, all’interno del quale venivano trasmesse cariche religiose e politiche. La uji principale era quella di Yamato.

Uji no kami > Capo della uji.

Ujigami > Divinità che patrocinavano la uji.

 

 

[Testo di riferimento – Corradini P. “Il Giappone e la sua storia”, Bulzoni 2003]

 

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